Archivio | ottobre 2016

I quasi-pantaloni di Damendorf  (come li ho fatti ma, soprattutto, come li ho rammendati)

                                     

 

I pantaloni di Damendorf sono forse l’esempio più noto di pantaloni altomedioevali dopo quelli di Thorsbjerg con i quali condividono la logica di costruzione.
Sono stati ritrovati nel 1900 in Germania e sono datati tra il secondo ed il quarto secolo dC.
Assieme al corpo, appiattito dal peso della torba sotto il quale era sepolto,  sono state inoltre ritrovate due cinture ed un paio di scarpe a loro volta famose per il tipo di lavorazione.
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I pantaloni, come detto, ricordano nella logica quelli di Thorsbjerg: sono aderenti sulla gamba mentre l’agio “anatomico” sul cavallo è dato da pannelli aggiuntivi e, nell’esclusivo caso dei Damendorf (che in questo differiscono dall’altro modello) da due tasselli che congiungono il cavallo alla gamba.
Sul davanti del cavallo c’è un’apertura a mezzaluna probabilmente corrispondente ad un pannello ora mancante, sul quale si sta ancora discutendo.

La parte terminale della gamba risulta compromessa, impedendoci di sapere con certezza se i pantaloni finissero alla caviglia o coprissero invece i piedi.
Il tessuto sembra essere diamond twill (che di per sè contribuisce a collocarli nell’età delle migrazioni) tinto di rosso con radici di robbia (l’analisi della fibra ha rivelato, infatti, presenza di alizarina e porporina).
Come nel caso dei (quasi) pantaloni di Thorsbjerg di cui ho già parlato (qui), mi sono trovata a dover conciliare la forma del reperto originale con le misure della persona che li avrebbe indossati, molto diverse da quelle dell’uomo di Damendorf.
Per questo motivo, parlando di entrambi i capi, non si può (in coscienza) parlare di riproduzione in senso stretto quanto di ispirazione ed applicazione di un metodo ed una logica di costruzione.

I “miei” pantaloni di Damendorf sono senza piede ed hanno il pannello a mezzaluna frontale.
Come menzionato, le proporzioni sono differenti a causa della necessità di adattamento delle misure, anche se trovo che il modello sia comunque riconoscibile.
Sono stati realizzati in twill di lana leggera color grigio naturale e cuciti interamente a mano in filo di lana.

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Dettaglio delle cuciture

Le cuciture strutturali sono fatte a punto indietro (backstitch), mentre tutti i margini sono stati trattati a punto strega (herringbone stitch) ed appiattiti contro il rovescio del tessuto.
La cintura è una fascia singola (non fa, quindi, un effetto “coulisse”) che va ripiegato od arrotolato su un cordino in canapa.


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Lasciandoci alle spalle la noiosa descrizione dell’indumento in sè, veniamo allo “stress test”da esso subito quest’estate.
A fine agosto, infatti,  alcuni membri de La Fara hanno compiuto una marcia storica attraverso i luoghi del Friuli longobardo, coprendo circa 80 chilometri in 4 giorni, partendo da Cividale del Friuli ed arrivando a Zuglio (Link alla pagina).
Quest’esperienza ci ha dato l’altrimenti molto rara possibilità di testare i nostri corredi sottoponendoli ad uno sforzo al quale, altrimenti, non sarebbero mai stati esposti.
Questi pantaloni in particolare, a causa della stoffa sottile e della conformazione fisica della persona che li portava, hanno subìto danni più rilevanti di altri “modelli” utilizzati nella marcia storica.
Il cavallo su entrambi i lati, infatti, si è consunto fino a bucarsi ed a strapparsi su un lato a causa della tensione.
Un dato interessante è anche l’asimmetria del danno, molto più ingente da un lato ed imputabile probabilmente ad una camminata claudicante dovuta ad uno strappo muscolare sofferto un paio di settimane prima della partenza.
Al ritorno, i pantaloni mi sono stati restituiti in queste condizioni, lasciando a me la libertà di decidere come intervenire per ripararli.

Come si può vedere, mentre da un lato il danno si è limitato al tassello triangolare (foto di destra), dall’altro la consunzione ha interessato la stoffa della gamba (a sinistra), impedendomi di operare nello stesso modo dai due lati.
Da un lato la soluzione è stata quella di sostituire completamente il tassello, scucendolo e ricucendone uno delle stesse dimensioni (più o meno: la consunzione ha interessato anche le cuciture circostanti, impedendomi una sostituzione “precisa”) nello stesso punto.
Nelle foto, il “buco” lasciato dal tassello una volta rimosso ed il tassello sostitutivo imbastito.


Dall’altro lato sono stata invece costretta ad una soluzione più vistosa: ho infatti posizionato una toppa dello stesso materiale  in modo che coprisse comodamente tutta la parte danneggiata e, dopo aver messo in sicurezza i margini interni, ho rimosso parte del tessuto originale lasciando la “toppa”, i cui margini (per forza di cose, in questo caso, a vista perchè sull’esterno dell’indumento) sono stati trattati a loro volta come quelli interni.


Nelle foto, il danno originale (evidente, sulla destra, lo strappo che si è allargato lungo il drittofilo del tessuto) e la toppa in fase di cucitura.


Come appare evidente dalle foto qui sopra, la toppa è ben visibile all’interno della coscia e soprattutto sul retro ma, sinceramente, non riesco a dispiacermi della sua presenza nonostante si tratti di un mio lavoro che, con occhi moderni, è stato “rovinato” dall’uso intensivo durante la marcia storica.
Sono anzi contenta, in generale, della “buona prova” data dagli indumenti di mia realizzazione che, ad esclusione di questo singolo paio di pantaloni, hanno resistito egregiamente alle sollecitazioni dovute alla marcia prolungata ed alla frizione su schiena e spalle causata dalle gerle confermando come un’accurata realizzazione ed una scelta consapevole dei materiali siano alla base di un indumento duraturo.