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The “Near Thorsbjerg experience”

Ovvero: come sbagliare il modello possa condurre ad inaspettate avventure.

Quando si passa dalla ricostruzione di tuniche (ed in generale indumenti per la parte superiore del corpo) a lavorare con i pantaloni, molte cose cambiano e molte certezze scompaiono nel territorio inesplorato del fitting di cavallo, glutei e parte superiore delle cosce.
Fatta questa triste ma doverosa premessa, passiamo a parlare di questo specifico progetto:
Come è naturale che sia, si è presto presentata per la nostra associazione la necessità di avere dei pantaloni adatti all’epoca di riferimento sia nell’estetica generale, sia nella tecnica costruttiva che nei materiali.
Tutti partiamo da una fase in cui ci si accontenta di pantaloni fatti “a pigiama” (mi si perdoni il termine non specifico), ovvero pantaloni con un taglio moderno, facilmente realizzabili in due o quattro parti e tenuti in posizione da un cordino in vita, perchè tanto “sotto la tunica non si vede”. Ed è vero: non si vede.
Però si arriva ad un punto della propria evoluzione come ricostruttori e ricostruttrici in cui, anche se il dettaglio inesatto non è visibile, tu sai che c’è. Lo vedi, nonostante sia nascosto dalla tunica, e lui lo sa. E ricambia lo sguardo.
Sciocchezze a parte, un pantalone di taglio moderno è facilmente identificabile da come cade lungo la coscia e dal materiale di cui è fatto (davvero troppo spesso cotone, lino o un misto dei due) e, ad un certo punto, bisogna guardare in faccia la necessità di un upgrade.

La ricerca di fonti passa attraverso le stesse difficoltà esperite per le tuniche: ci sono infatti pochissimi reperti di riferimento, alcuni dei quali in uno stato di conservazione tale da non rendere possibile dedurre del tutto lo schema costruttivo, che d’ora in avanti chiamerò “pattern“, per comodità.

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Il reperto originale, in tutta la sua grazia

I pantaloni di Thorsbjerg, trovati in una torbiera in Danimarca, sono i più famosi ma anche tra i meglio conservati, motivo per il quale ho deciso di partire da questi.
Si tratta di un paio di pantaloni datati IV sec  e caratterizzati sia da un fitting molto aderente sulle gambe sia da una generale “mancanza di grazia” nella realizzazione. Sono infatti asimmetrici ed in alcuni punti (i passanti della cintura, ad esempio)non sono rifiniti.

Nel progetto originale avrei dovuto attenermi al pattern del reperto con l’unica differenza dell’assenza del piede, dovuta al fatto che nell’unica fonte iconografica italiana (il piatto di isola Rizza, di cui parlerò più estensivamente in futuro) le brache sono senza piede.

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Il pattern nella sua prima versione

Ho quindi riprodotto il pattern su carta, adattandolo alle proporzioni fisiche del committente, trovandomi subito di fronte alla necessità di fare una scelta: le gambe del reperto sono, infatti, estremamente “smilze”. Troppo, rispetto alle misure che io mi trovavo nella necessità di coprire, che mi hanno costretta ad iniziare una serie di modifiche per adattare il modello a delle proporzioni bacino-gambe molto diverse dall’originale.

Pur avendo utilizzato un tessuto twill (herringbone anzichè broken lozenge, come nell’originale), infatti, la stoffa non aveva elasticità sufficiente a vestire la coscia ed è stato necessario inserire un primo tassello all’interno della coscia stessa, anche per assecondare la rotazione dell’appiombo della gamba tipico di questo genere di reperto.
In un primo momento, invece, ho mantenuto la struttura del bacino quanto più possibile aderente all’orginale.

 

Il problema principale, nell’affrontare la costruzione di questo tipo di indumento,è che i reperti di riferimento tendono tutti ad essere molto aderenti per tutta la lunghezza delle gambe, creando un’immediato problema di tensione lungo le cuciture dell’interno coscia se le proporzioni non sono ben calibrate.

 

Un primo fitting (si intravvedono sul dietro i primi triangoli aggiuntivi) sembrava aver dato un buon risultato ma, messo alla prova sul campo (di battaglia, a Marle) ha portato ad un primo cedimento di alcune delle cuciture dell’interno coscia e del cavallo, dovuto forse anche all’abitudine di accosciarsi senza fare caso alla tensione degli indumenti.

Alla fine della stagione rievocativa è stato quindi necessario un secondo intervento e l’aggiunta di ulteriori tasselli con i quali (vista l’impossibilità di mantenermi aderente progetto originale) sono stata generosa, scegliendo di dare priorità alla robustezza ed alla comodità d’uso.

 

Dal punto di vista strettamente tecnico, l’indumento è stato realizzato in herringbone twill marrone e cucito alternando filo di lana e di lino a seconda del punto, scegliendo dove privilegiare cuciture rigide a quelle elastiche.
I margini sono stati appiattiti e fissati con sopragitto, mentre non si è rivelato necessario l’uso di filler.
Rispetto al modello originale si è scelto di interrompere la gamba all’altezza della caviglia, lasciando libero il piede e rendendo quindi superflua l’apertura sul polpaccio presente nel reperto.
La cintura ha una forma più regolare, pur mantenendosi concettualmente simile all’originale, ed i passanti sono rifiniti anzichè essere lasciati “a vivo”.
Sotto: dettagli delle cuciture (nella foto a sinistra sottoposte a “controllo qualità”).

 

 

 

 

 

 

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La tunica dell’Orefice di Grupignano

In occasione della terza edizione dell’evento che organizziamo, Anno Domini 568, abbiamo presentato un corredo interamente ricostruito dalla nostra associazione in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli. Si tratta della cosiddetta “tomba dell’orefice” , scavata a Grupignano presso Cividale.
La particolarità di questa sepoltura, sulla quale non mi dilungherò, è la presenza di un set di 3 incudini per lavori minuti, interpretate come attrezzi per lavori di gioielleria, affiancate da una preziosa fibbia in argento.

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Il set di incudini e la fibbia d’argento della tomba dell’orefice nella versione riprodotta

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Il corredo originale, esposto al Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli

Il mio compito è stato ideare una tunica adeguata al corredo e realizzarla mantenendo un approccio rigoroso adeguato al contesto ricostruttivo, trovandomi presto di fronte ad una serie di difficoltà e di scelte rischiose.

Come prima cosa la sepoltura, pur ricca di dati per quanto riguarda il materiale metallico, non conserva nessuna traccia tessile e, per tanto non mi dava nessun indizio riguardo al possibile abbigliamento dell’inumato.

 

 

 

Secondariamente, a mio avviso la ricchezza della fibbia cozzava con il resto del corredo, generalmente scarno, rendendomi difficile immaginare il grado di ricchezza dell’abbigliamento.

Si trattava di un individuo benestante, sepolto con i suoi attrezzi da lavoro? O era la fibbia il suo unico oggetto personale di reale valore? Dovevo quindi scegliere un abbigliamento sfarzoso adatto alla fibbia o scegliere di riprodurre degli abiti modesti, adatti ad un lavoratore?

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La fibbia nella sua teca

In mancanza di una soluzione che prevalesse sull’altra ho deciso di optare per una via di mezzo, realizzando una tunica non sfarzosa ma dignitosa in un materiale moderatamente lavorato.

Thorsberg_TunicHo scelto infatti una lana spinata sui toni del marrone, tinta in filo, tenendola relativamente aderente al busto del membro dell’associazione che avrebbe impersonato “l’orefice” durante il nostro evento, utilizzando come reperto di riferimento la nota tunica di Thorsberg (nella foto a fianco) ,datata al IV secolo e ritrovata in una torbiera in Germania.
Si tratta di una tunica dalle linee molto semplici, priva di decorazioni, aderente al busto ed alle braccia.

Per la realizzazione ho utilizzato tecniche e punti compatibili con l’epoca ed i reperti di riferimento,

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Trattamento del filo di lino con cera d’api

Ho lavorato senza cartamodello, senza spilli e senza imbastiture, utilizzando un ago in bronzo che è stato necessario affilare alcune volte a causa della sua tendenza a perdere la punta dopo alcune ore di utilizzo.
Ogni cucitura, realizzata con filo di lino trattato con cera d’api  è stata accuratamente ribattuta e messa in sicurezza con un  filler thread in lana marrone naturale, filato a mano un paio d’anni prima e conservato in attesa di un adeguato utilizzo, in modo da evitare che il margine si deteriorasse con la frizione dovuta all’uso.
Ho scelto uno scollo arrotondato e privo di paramonture, sia in riferimento alla tunica presa a modello, sia perchè ritenevo che la trama già lavorata della stoffa rendesse pleonastica l’aggiunta di ulteriori decorazioni. Il risultato è una tunica dall’aspetto robusto, in un tessuto sia funzionale che gradevole alla vista, di un colore intenso ma facilmente realizzabile senza investire in pigmenti raffinati, realizzata senza spreco di tessuto ma senza essere esageratamente parchi nei tagli.
L’intero processo ha richiesto circa due giorni di lavoro e credo che, nonostante la difficoltà di individuare una soluzione ideale, il risultato sia adeguato a rappresentare l’abbigliamento di un artigiano di medio rango.

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La tunica finita

 

 

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The “Grupignano Goldsmith” ‘s Tunic

During our event’s (Anno Domini568) third edition, we displayed a set of grave goods, fully reconstructed by our members during a cooperation with the National Archaeological Museum in Cividale del Friuli.
The chosen tomb is the so called “Goldsmith’s grave”, excavated in Grupignano, near Cividale.
The tomb’s main feature is the presence of a set of three very small anvils, thought to be the goldsmith’s tools, along with a fancy silver belt bucle.

My task was to design a tunic consistent with the grave goods and to sew it while keeping a stricht approach, suitable for the reconstruction context, soon having to make some difficult decisions.
First the grave, rich in iron materials, didn’t have any textile trace and therefore didn’t give any useful information for the tunic reconstruction.
Second, in my opinion the fanciness  of the buckle argued with the other items in the kit, which was rather poor, giving me trouble in picturing the richness degree of the garments.
Was he a well endowed man, buried with his working tools? Or was the buckle the only valuable item he possessed?
Should I opt for a rich garment to match the buckle, or should I choose to reproduce some more modest clothes, suitable for an artisan?

Since neither option prevailed on the other I chose a middle way, making a tunic which was not particularly rich but still made in a good, patterned fabric.
I chose, in fact, a brown wool herringbone fabric and cut the tunic to be fairly tight, fitting the “Goldsmith” ‘s chest and arms, taking inspiration from the well known Thorsberg tunic (see picture), excavated in a bog in Germany and dated IVcentury.
It’s a very simple tunic, without any visible decoration, quite tight on the chest and the arms.
For the actual sewing I used techniques and stitches consistent with the century and the findings, working without a toile or a paper pattern, avoided using pins and basting, with a bronze needle I had to sharpen every once in while due to its tendency to get dull after a couple of hours.
Each seam it’s sewn with waxed linen thread, and the seam allowances are secured to avoid fraying, using a filler thread in natural brown wool I spun a couple of years ago and kept aside waiting for a proper use.
I chose a round shaped neck opening, without decorations, both because of the tunic I was taking inspiration from and because the patterned wool didn’t need any.
The result is a solid looking tunic, in a fabric both sturdy and good looking, in a color which bright yet easy to plant dye without fancy pigments, made without wasting but also without being too stingy while cutting.
The whole process took around 2 days of work and, in my opinion, despite of the difficulties I had finding and ideal solution, the result it’s able to represent the clothes of a middle class artisan.