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A proposito delle dame de L’Orange

E del perché non sono un riferimento adatto alla ricostruzione dell’abbigliamento Longobardo.

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Questo post nasce da una serie di circostanze coincidenti che mi hanno spinto prima ad approfondire il mio ragionamento e la mia conoscenza dello stile del Tempietto: la prima è l’occasione avuta di vedere le Sante da vicino, approfittando della chiusura del tempietto stesso per restauro che costringe ad un percorso alternativo, dando al visitatore la rarissima possibilità di vedere gli stucchi attraverso una delle finestre laterali anzichè dal basso.
La seconda è una discussione avvenuta con un’amica svizzera, che mi ha chiesto un’opinione sullo stile dell’abbigliamento rappresentato, forzandomi a mettere “nero su bianco” la mia opinione, che quindi ho pensato potesse valere la pena condividere.
Quindi: quali sono le caratteristiche stilistiche dell’abbigliamento delle Sante, le dame de l’Orange (da Hans Peter L’Orange, che per primo ne ha fatto uno studio sistematico) , e perché non le ritengo adeguate ad essere prese come esempio per l’abbigliamento longobardo, nonostante il nome del Tempietto e la sua appartenenza al patrimonio UNESCO?

Facciamo un passo indietro per capire meglio di cosa stiamo parlando.
Il Tempietto Longobardo, ora parte del complesso dell’oratorio di Santa Maria in Valle a Cividale del Friuli ed è la testimonianza architettonica meglio conservata dell’epoca longobarda.
Fu edificato verso la metà dell’ottavo secolo, per fungere da cappella palatina al complesso della Gastaldaga, sede appunto del Gastaldo, l’ufficiale regio.
Ciò che lo rende eccezionale nel suo genere è lo stile scelto per la decorazione, molto lontano da quello più tipicamente “longobardo” del pur coevo (per fare un esempio) altare di Ratchis, anch’esso realizzato su commissione longobarda ma, a differenza del Tempietto, longobardo anche nell’esecuzione.
Le scelte stilistiche e tecniche dell’insieme delle decorazioni del Tempietto tradiscono, infatti, una “mano” che viene universalmente definita “Siriaco -Bizantina”, che guarda marcatamente al mediterraneo e sulla quale non mi soffermerò oltre per evitare di dilungarmi. Aggiungerò qualche nota bibliografica in calce.

Per quanto gli stucchi siano ricchi e raffinati, infatti, non possiamo evitare che lo sguardo venga attratto dalle sei figure femminili, allineate sopra la lunetta dipinta che corona l’ingresso.
Si tratta di un gruppo di altorilievi in gesso, alti tra il metro e novanta ed i due metri circa. Il fatto che indossino diademi e reggano croci e corone, insieme al fatto di essere aureolate rende chiaro che si tratti di sante.
Lo stile con cui sono rappresentate, così come la tecnica di intaglio applicata, ricordano da vicino i pannelli bizantini in avorio, con i quali condividono l’approccio grafico al punto da sembrare delle riproduzioni “fuori scala” delle figurine incise su osso, legno ed avorio comuni a Bisanzio.
Come il coevo altare di Ratchis, inoltre, erano dipinte di colori vivaci che svolgevano una funzione simbolica oltre a permettere di vedere meglio, ad occhio nudo, i numerosi dettagli dell’abbigliamento e degli accessori.

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Le tre figure sulla destra: ipotesi di ricostruzione della policromia a cura di Bente Kiilerich

L’interpretazione degli elementi di abbigliamento si basa anche su fonti testuali coeve nei quali gli indumenti vengono descritti, in mancanza di resti tessili sufficienti all’identificazione.
Le sante ai lati della finestra indossano una combinazione molto semplice di Palla e Tunica (come in Santa Sabina a Roma e nella chiesa di Panagia tis Aggeloktistis a Cipro)

La seconda e la quinta
(le figure centrali di ogni gruppo di tre, insomma) indossano una tunica dalmatica, la prima ornata da clavi, simili nello schema ad alcuni esempi copti e bordati di perle che contribuiscono a dare una forte connotazione imperiale alle due figure. Si tratta di indumenti che riproducono originali in seta con ampie bande tessute che sono tipiche dei ceti più ricchi come testimoniato dai bassorilievi di San Vitale a Ravenna (i cui mosaici, pur non essendo coevi, forniscono un discreto ventaglio di esempi di abbigliamento nobiliare bizantino). La seconda indossa una dalmatica priva di clavi, con ornamenti sull’orlo e sui polsi che ci permettono di distinguere la presenza di due tuniche sovrapposte, una a manica stretta ed una con le maniche ampie.

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Il gruppo di sinistra

La prima e la sesta, infine, indossano una palla ed una dalmatica diagonale, derivata dalla toga contabulata maschile, che veicola una connotazione di potere e autorità. Anche qui lo stile e l’uso di perle per accentuare la definizione dei decori segue in modo marcato lo stile delle corti bizantine dando una chiara connotazione imperiale. Altri esempi di dalmatica diagonale si trovano in Santa Maria Antiqua a Roma e nel manoscritto di Dioscoride conservato a Vienna.

Tutte e sei le Sante indossano, infine, delle particolari scarpe a punta che, a propria volta, sembrano ammiccare ad uno stile molto più orientale di quanto ci aspetteremmo di trovare a Cividale.

 

Riassumendo, per quale motivo le dame de l’Orange non sono (a mio avviso) da prendere ad esempio per la ricostruzione dell’abito Longobardo (nonostante il nome del Tempietto)?

1.La data di costruzione, a ridosso della fine del regno longobardo, è già un dettaglio sufficiente a spingerci a considerare il Tempietto come una fonte iconografica da prendere con le dovute cautele.
2. La manifattura è chiaramente orientale, in alcune interpretazioni addirittura Siriaca.
3.Lo stile raffigurativo è estremamente simile agli avorii incisi dell’impero d’oriente
4.La tecnica ed i materiali sono, a propria volta, più legati all’est del mediterraneo che all’Europa continentale
5.Gli abiti ed i gioielli rappresentati trovano ampie corrispondenze nell’arte Bizantina (in Italia quanto altrove nel mar mediterraneo).

Al di là di questa mia personale riflessione, tuttavia, il Tempietto resta un monumento di straordinario pregio che merita di essere visitato ed apprezzato nella totalità delle sue eccezionali caratteristiche artistiche, tecniche e di conservazione dei dettagli. Se ci si trova da qualche parte nel nordest italiano, vale assolutamente la pena cercare di andare a visitarlo.

Riferimenti bibliografici e sitografici:
http://www.tempiettolongobardo.it/
Circuito Museale Cividalese
Monastero di Santa Maria in Valle

“L’ VIII secolo, un secolo inquieto”– Atti di convegno
BENTE KIILERICH: “The rhetoric of materials in the Tempietto Longobardo at Cividale”

 

 

 

 

 

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